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Archive for January, 2010

No more Sun.

It was 1988 when I joined Sun.


They had fancy computer with very large graphics screen (when PCs were running DOS with the C: prompt)
The operating system was "Unix", where windows existed only to be able to type in some "sh" commands, such as:  

$ cat desc* | wc -l > /dev/null

(but this is still very much alive in the "terminal" of MacOSX)

Then there was something called "SERVER". Never heard the word before, and for several years nobody outside Sun knew what the hell a "server" was (or why was it needed).

Anyway a server at the time was something like this…


with disks inside, powered by a motorola 68K CPU, and with the magic "NFS" (Network File System): with it, you never knew where a file really was, but this was an advantage (very many years before any "cloud computing" stuff).

Sun Italy was headquartered in Agrate Brianza, where in those years between october and march you have about 50% of days with thick fog before 11am and after 3pm. Driving there was dangerous!
The boss was a dutch, JB, and our boss's boss was in London.

1989 was RISC: Reduced Instruction Set Computer. 
The beauty, the incredible product, out of the brain and pencil of a german called Andy Bechtolsheim.

And what a product it was! 
 
fast, very fast, compact, very compact (it was called the "pizza box"), with a heart beat visible (a green led glowing…),
and incredible graphics. (and NO Intel Inside!!!)

Andy was shy, but in Estoril he explained with pride how small the motherboard was (maybe 1/10 of that of a PC, with maybe 20 times the power).

Here is Andy, in red
the other are Bill Joy (inventor of Java, more or less, and certanly the creator of VI editor, this one too very present in OSX, just fire up the "terminal" and type "vi"), and Scott McNealy, the big boss (CEO).

How young they were! How exiting was to work for such a large company (more than 1B$ at the time) with this young management.

Winning the "SunRise" (a competition among sales and support people) I had the opportunity of visiting Hong Kong, Hawai, New York and Rome (…yes, the last one was Rome!).

After the SparcStation 1 the next big thing was "Java", the language that should have changed the word.

With Java, all doors were open, and we brought around Italy a funny guy, the inventor of SATAN (security administrator tool for analyzing networks)

SATAN was totally unrelated to Java, but due to his way of presenting stuff he was our guest at the "1st Italian Java Conference". This conference itself attracted some 4000 persons in a room with space for 1200.

After Java Sun basically stopped making workstations, concentrating on "servers" with "high parallelism".

At Sun, in 1994, I saw for the first time something called a "Web Navigator", NCSA Mosaic first
and later "Netscape" (well…Mozilla, as can be seen there's an "M")

What a DAY!

When I first see a "web page", when we all first saw a "web page" we knew something big, really big was about to happen.

It's easy to say this now, but it is true: we all were stunned.
Probably the only other time I was so impressed with something was the first time I saw a mobile ("cell") phone. But this was bigger, we could read, we could see, we could surf the world. 
There was no Google, Yahoo! was a directory with about 10 sections with 50 sites each, and then there was Lycos. That was it.

Quickly we registered "www.sun.it", and that was Italy's…43rd website (si, c'erano solo 42 siti web in italia!!)

I dont know much about what happened next, I left the company in 1995….but basically it became irrilevant (or about so) in the IT sector, and Scott himself took a behind-the-scene position.

I shall add that in these years Sun brought us OpenOffice (the free version of "microsoft office"), the VirtualBox, as well as some other very complex technology that I cannot comment about.

On January 27, 2010, the acquisition of Sun by Oracle was completed, and the "www.sun.com" website is no more.

I don't think there's sun under Oracle.

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Decreto Romani: libertà del web in pericolo?

Decreto Romani: libertà del web in pericolo?

– L’avvento di Internet ha rappresentato una delle innovazioni più importanti degli ultimi anni, non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche e soprattutto da quello sociale e culturale.

La sua struttura a rete, la sua vocazione bottom-up, il suo carattere di immaterialità e di aterritorialità  sono stati degli elementi che in modo decisivo hanno fatto del web un’oasi di libertà in un mondo dove la politica pretende di regolare e di irregimentare tutto.
La novità di Internet ha colto i governi impreparati ed il ritardo con cui i politici hanno cominciato a prendere in considerazione la Rete ha regalato alla società civile un insperato spazio di libertà. Su Internet, in assenza delle regolazioni stringenti che colpiscono altri ambiti dell’economia e della società, un mondo diverso, anarchico ma tutt’altro che caotico, ha potuto crescere e prosperare.
Il rischio, tuttavia, è che questo terreno “tutto nostro”, che questo spazio di libera interazione che finora eravamo riusciti a tenere al riparo dall’ingerenza dello Stato cominci anch’esso ad essere vittima di visioni dirigiste.

Il recentissimo Decreto Romani rappresenta, da questo punto di vista, un tentativo della politica di entrare a gamba tesa nell’ambito dei servizi telematici introducendo una serie di norme che potrebbero colpire seriamente il web in Italia.
Il Decreto tocca vari ambiti, ma da cima a fondo sembra animato più che altro dall’ossessione del controllo. Le motivazioni sono come sempre encomiabili: evitare programmi che possano “nuocere allo sviluppo fisico, mentale o morale dei minorenni” o “che incitino all’odio basato su distinzioni di razza, sesso, religione o nazionalità”. Nei fatti però il decreto, così com’è, assoggetterebbe persino le webtv alle norme in vigore per le tv tradizionali, sottoponendole a necessità di registrazione e di autorizzazione ministeriale, attribuendo all’Agcom una vera e propria funzione di “sceriffo del Web” e responsabilizzando sempre di più i provider in merito ai contenuti immessi dagli utenti.

Evidentemente un simile aggravio regolatorio comporterebbe nei fatti la morte delle webtv italiane,  la maggior parte delle quali sono tra l’altro poco più che amatoriali, magari espressione di piccoli gruppi ed associazioni.
Anche le norme che si vorrebbero introdurre sul copyright appaiono per molti versi draconiane, al punto che si verrebbe a vietare il caricamento in rete di frammenti di pochi minuti tratti da programmi televisivi.
Si andrebbe in tal modo a colpire mortalmente un sito come Youtube che invece, con il suo ricchissimo database, ha una fondamentale valenza culturale e documentativa offrendo gratis un servizio che nessuna televisione offre neppure a pagamento.
Si badi bene che non si parla del diritto di “piratare” l’ultimo successo cinematografico o la diretta di Inter-Milan, bensì piuttosto del diritto di “salvare” e di rendere disponibili su Youtube una miriade di piccole cose – da un frammento di una finale del mondiale di curling ad uno spot pubblicitario anni ‘90, da un discorso di un politico a cui si è affezionati ad una gag divertente – che realisticamente nessuna tv rimetterà più a disposizione in nessuna forma e che senza Youtube sarebbero “perse”.

Quello che è particolarmente insidioso, tuttavia, è affermare il principio della responsabilità del provider sui contenuti immessi in rete. Evidentemente per i provider l’overhead reso necessario dal controllo di tutti i contenuti sarebbe insostenibile, tanto che probabilmente sarebbero costretti semplicemente ad inibire tout court molti dei servizi telematici messi a disposizione.
Un’applicazione coerente e stringente di quanto il sottosegretario Romani propone rischierebbe di essere la fine dell’internet come l’abbiamo conosciuta in questi anni.

Siamo certo ancora in tempo per una correzione di rotta. In primis quello che sarebbe opportuno è che il governo si prendesse il tempo necessario per verificare con cura le possibili conseguenze di quanto sembra interessato a portare avanti, anche attraverso un serrato confronto con i providers, i fornitori di servizi e con le associazioni che si occupano delle tematiche digitali.
In ogni caso non fa piacere che le parole d’ordine del centro-destra, purtroppo non solo su questa questione, siano ormai “regulation, regulation, regulation”. Ci sembrano perdenti ed anche un pochino “tafazziane

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Shadows

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Closedown.

After just 5 months (maybe less) the dream of our friends of "La Dispensa" has come to an end.


This is how it looked today:


We've had the chance to have lunch there when it was still hot and sunny, as well as spend the new year's eve with our friends.

They, we can thank the Banking sector that – far from helping new entrepreneur – ask for documents, signatures and then deny the credit.

A few years ago, when I started a big wellness center, I tried to explain them how in the following 10, 20 years the wellness business will become more and more important (due to aging of the population, and the need for "prevention"  of cardio-vascular illnesses).

Their response was: "I muri sono vostri?" ("do you own the building").

We are happy (via "Tremonti Bond" in Italy, and the public debt in general) to finance the salaries of such clever and smart people (of course not all of them are so, but for sure those that worked with  us with the gyms, and probably those that "helped" our Dispensa friends were).

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Genesi.

Non ricordavo il nome del segretario del PD (grave, mi rendo conto) e cosi', cercando nella wiki, ho trovato questo delizioso grafico, che va ingrandito ("view full size") per essere davvero apprezzato.

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Impossible made possible

The year 2010 begins with two impossible dreams becoming reality.


I've hear of the first one this morning on the BBC:

Geoff Holt is completing his Atlantic Project, sailing from the UK to the carribean, just as he did 25 years ago.


This time he is quadriplegic, and has to control his boat from a wheel chair. He seems to enjoy the experience, as can be seen from his videos on his blog

So — he's now a "Disability Sport Ambassador.


Of course the other "impossible" project is something I know very well: the rebirth of analogue, instant photography by two crazy persons, a polaroid enthusiast and a former polaroid employee.

The Impossible Project, so called after a saying by the inventor of Instant photography (as well as "polarized" lenses), dr. Edwin Land, who stated "do not undertake a project unless it is manifestly important and nearly impossible".

The team is now ready to launch a b/w film, and later (mid 2010) a color one.

Mr. Land – wherever he is now – can be proud that, after more than half a century, people still dreams his own dreams.

And we can learn from these two persons: not to be scared by any challenge.
Bonne Année 2010!

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Islanda

Gli Islandesi hanno ovviamente ragione.

Il bello e' che chi in Italia ha investito nelle polizze vita con "sottostante" titoli delle banche islandesi si ritrova a non essere rimborsato (perche' gli islandesi giustamente non vogliono pagare con i loro soldi (tasse) il debito contratto dalle banche), ma anche a sostenere con le sue tasse il costo del salvataggio della nostra economia.
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mercoledì, 06 gennaio 2010
GLI ISLANDESI RIFIUTANO DI PAGARE IL DEBITO ESTERO DELLE BANCHE.
Il presidente islandese Olefur Ragnar Grimsson (nella foto) ha deciso che sottoporrà a referendum la legge Icesave, dal nome di una delle banche islandesi fallite. La legge stabilisce i termini con i quali l'Islanda si dovrebbe impegnare a restituire al governo britannico e a quello olandese le somme che questi hanno rifuso ai loro cittadini vittime del crack della banca islandese, che aveva trovato i clienti in quei due paesi offrendo ottimi interessi, salvo poi lasciarli a mani vuote, senza interessi e senza capitale.
Una petizione firmata da oltre un quarto degli islandesi ha costretto moralmente il presidente ad indire il referendum, che ha scarse possibilità di passare, visto che oltre il 70% degli islandesi sembra dirsi contrario a rifondere i due governi. Punto fondante di tale opposizione è che gli islandesi non si sentono per niente obbligati a rifondere i danni provocati all'estero da quegli stessi banchieri che già hanno bruciato i loro risparmi e che già hanno soccorso pompando denaro pubblico nei loro forzieri indebitando a sangue il paese per il futuro.
La somma in questione equivale a dodicimila euro a testa per ogni islandese e, secondo la legge in discussione, andrebbe ripagata a rate fino al 2043, minando il bilancio pubblico oltre quanto già fatto dalla crisi e aggiungendosi alle perdite mostruose che i cittadini islandesi si sono accollati fino a oggi.
La reattività degli islandesi alla crisi è degna di menzione perché sono stati gli unici a far cadere a furor di popolo il governo impegnato nei salvataggi bancari a condizioni capestro e ora sono gli unici a rifiutare in blocco di pagare i debiti delle banche con l'estero. Un decisione che potrebbe nuocere alla reputazione delle banche islandesi, che però è ormai poca cosa.
un comportamento che purtroppo ha trovato ben poche imitazioni, nel resto del mondo non si registrano dimissioni di massa tra i responsabili della crisi e, ovunque, le voragini provocate dalla finanza allegra sono stati riempite con il denaro che i cittadini di quei paesi dovranno ripagare negli anni a venire. 

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